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Gestione faunistica
I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA GESTIONE FAUNISTICA
La gestione faunistica (wildlife management o population management) è una scienza che si occupa di studiare le relazioni tra le popolazioni di fauna selvatica, le caratteristiche ambientali e l’uomo, per raggiungere un’integrazione che esaudisca le finalità
antropiche attraverso l’amministrazione delle risorse faunistiche, senza comprometterne la sopravvivenza e senza alterare in modo permanente gli equilibri naturali prestabiliti. Pur praticando una disciplina tecnico-scientifica specialistica, chi si occupa di gestione
faunistica (o, in senso più esteso, dell'ambiente) deve contemporaneamente avere conoscenze eclettiche, ampiamente distribuite in altri campi del sapere, a causa del carattere interdisciplinare dei principi e delle tecniche usate (dalla genetica alla gestione
forestale, al GIS e alla modellistica).
Affinché si possa gestire una popolazione animale, è necessario acquisire una serie di informazioni relative alla biologia e all’ecologia della stessa, nonché alle sue eventuali interazioni con attività antropiche. A causa delle limitazioni temporali ed economiche
dettate dalla necessità di raccogliere dati per ottenere queste informazioni, la gestione è solitamente limitata a specie di notevole interesse per l’uomo. Ciò non esclude che, in seguito all’acquisizione delle informazioni necessarie, qualsiasi specie possa essere
oggetto di studi e operazioni riguardanti la sua gestione (questo è particolarmente vero per le popolazioni a rischio d’estinzione, anche se appartenenti a taxa ritenuti “minori”).
La moderna gestione faunistica ha risentito delle novità apportate dalla biologia della conservazione e, in accordo con i principi di questa disciplina, prevede che l’utilizzo delle risorse faunistiche avvenga secondo pratiche di gestione conservativa. Gli approcci
attraverso i quali una gestione conservativa può essere attuata sono essenzialmente due: la preservazione di un’area o di una popolazione (senza un utilizzo effettivo della stessa) e la conservazione (che contempla invece l’utilizzo diretto della risorsa, favorendo
pratiche e tecniche sostenibili di prelievo della stessa). La conservazione di una popolazione deve quindi mirare alla costituzione di popolazioni autosufficienti e vitali su tutto il territorio, non solo nelle aree protette (tuttavia la costituzione di aree protette
si rende spesso necessaria per tamponare la cattiva gestione del territorio).
Una popolazione animale non può essere intesa in senso statico, poiché le sue caratteristiche possono variare nel tempo e nello spazio. Per descrivere una popolazione in un determinato luogo e momento, si possono stimarne alcuni parametri fondamentali, quali la
consistenza (il numero di individui conspecifici che costituiscono una determinata popolazione o subpopolazione), la densità (il numero di individui conspecifici riferito ad una unità di superficie – in genere 1 Km2 o 100 ha) e la struttura (la composizione per sesso
ed età di una popolazione o subpopolazione). Le variazioni nell’ambito dei parametri di una popolazione e dei fattori che li regolano (agendo su natalità, mortalità, immigrazione ed emigrazione) descrivono la dinamica di popolazione. La conoscenza dei parametri di
base di una popolazione e della loro dinamica nel tempo consente di determinarne il declino, l’ascesa o la stabilità: solo attraverso la conoscenza di questi parametri è possibile preparare adeguate operazioni gestionali. L’andamento che la consistenza di una
popolazione descrive nel tempo è conosciuto come curva di accrescimento, e può differire da popolazione a popolazione anche all’interno della stessa specie, sia per effetto di fattori interni (principalmente differenze dovute a fenomeni di parziale deriva genetica),
sia in conseguenza dell’esposizione a diversi fattori esterni (differenze ambientali). La differenza tra incrementi (nascite e immigrazioni) e perdite (morti ed emigrazioni) in una popolazione è detto Incremento Utile Annuo (I.U.A.):
I.U.A. = (nati + immigrati) – (morti + emigrati)
Anche in assenza di prelievo o predazione, le popolazioni animali selvatiche sono controllate da diversi fattori ambientali o intrinseci. Questi fattori possono essere classificati, a seconda della loro relazione con la densità di popolazione come fattori
densità-indipendenti (p. es. manifestazioni di patologie, eventi climatici o catastrofici) o fattori densità-dipendenti (p. es. diffusione di patologie contagiose, carenze di risorse alimentari, diminuzione della fertilità a causa di stress sociali etc.). Le
operazioni gestionali di prelievo e ripopolamento agiscono soltanto sui fattori densità-dipendenti: risulta impossibile che tali operazioni sortiscano effetti sui fattori densità-indipendenti.
Fra i fattori che controllano maggiormente la distribuzione e la dinamica delle popolazioni animali vi sono la distribuzione e l’abbondanza di cibo, copertura vegetale e acqua, nonché la struttura del suolo.
La disponibilità di cibo e la presenza di una copertura vegetale (arborea, arbustiva o di altro tipo) sono due dei requisiti fondamentali per la sopravvivenza (e il mantenimento di buone densità) di una popolazione animale. Il ruolo del cibo è ovvio: attraverso
l’alimentazione l’individuo assimila nutrienti che andranno a far parte del suo organismo (come elementi strutturali) e contemporaneamente forniranno l’energia necessaria al suo sostentamento.
Il ruolo della copertura vegetale può essere meno evidente, ma non per questo è meno importante: innanzitutto la vegetazione può fornire protezione dagli agenti atmosferici (temperature estreme, vento, precipitazioni); inoltre, essa può aumentare le possibilità per
una preda di evitare i suoi predatori (nascondendosi), ma può anche essere fondamentale perché il predatore possa sorprendere la preda (soprattutto per i predatori che cacciano all’agguato). Anche la copertura fornita occasionalmente o stagionalmente da elementi non
vegetali (p. es. neve, ghiaccio, detriti) può essere importante in alcune parti del ciclo biologico di numerose specie (p. es. durante il letargo nell’orso bruno).
Oltre alle numerose e profonde differenze comportamentali e fisiologiche fra carnivori ed erbivori, è possibile rintracciare numerose differenze nei regimi alimentari (e, di conseguenza, nella fisiologia e nel comportamento) anche all’interno della stessa specie:
non è infrequente, infatti, che durante le fasi giovanili o durante periodi critici del ciclo biologico (gravidanza, svezzamento etc.) gli animali presentino un’alimentazione diversa dalla “norma”. Ciò è particolarmente evidente nei Mammiferi, i cui piccoli si
alimentano esclusivamente con il latte materno, ma non bisogna dimenticare che anche in altri taxa l’alimentazione può essere estremamente diversificata fra le diverse classi di età (e, non raramente, anche di sesso): in molte specie di uccelli granivori, per esempio,
i pulcini hanno una dieta prevalentemente o esclusivamente insettivora. In generale, gli animali giovani richiedono comunque una dieta più proteica rispetto ai conspecifici adulti. Una gestione che non contempli queste differenze non può dare risultati soddisfacenti:
se, per esempio, si interviene sulla vegetazione favorendo i cereali selvatici o impiantandone piccoli appezzamenti (con semine, uso di diserbanti e pesticidi etc.) per incrementare la quantità di cibo a disposizione di fagiani o altri galliformi, contemporaneamente
si penalizzeranno gli individui più giovani della stessa specie, avendo eliminato o fortemente ridotto (con i trattamenti antiparassitari) gli insetti, che costituiscono il loro alimento principale; il risultato sarà così opposto a quello sperato e vi sarà una
diminuzione degli effettivi della popolazione a causa del mancato reclutamento dei giovani.
Un ambiente ricco di alimenti non necessariamente permette il sostentamento di densità elevate (ottimali) di animali. I carnivori possono contare su alimenti di origine animale che contengono tutti (o quasi) i macronutrienti e i micronutrienti necessari, e
risentono in misura minore della eventuale rarità di un nutriente (solitamente un minerale) in un determinato ambiente.
Gli erbivori, viceversa, possono essere direttamente soggetti a carenze alimentari dovute a una dieta abbondante ma poco diversificata (p. es. nel caso in cui si nutrano per un periodo prolungato di una o poche specie vegetali) oppure a causa di suoli poveri in un
determinato minerale (in questo caso, i vegetali che crescono su questi suoli possono essere anche molto diversificati, ma saranno sempre carenti del micronutriente). Tuttavia, gli erbivori sono ben adattati anche a situazioni di carenza di cibo: molto spesso (e
soprattutto in zone temperate o dalla spiccata stagionalità) infatti, gli animali possono sopravvivere per intere stagioni alimentandosi con cibi poveri o scarsi, per poi approfittare dell’abbondanza repentina di cibi di alta qualità (p. es. in seguito al
sopraggiungere della stagione primaverile/estiva o del periodo delle piogge) per crescere di dimensioni e riprodursi. Inoltre, non è infrequente che specie erbivore o granivore (istricognati, roditori, ma anche cervidi e bovidi) si nutrano di ossa o palchi di
mammiferi per sopperire a carenze di minerali, oppure mostrino un forte “interesse” verso determinati cibi ricchi di questi micronutrienti.
Sia per i carnivori che per alcuni erbivori, frugivori o nettarivori (uccelli e mammiferi) possono presentarsi inoltre, durante i periodi sfavorevoli, stati di ibernazione o di metabolismo ridotto (con conseguente ipotermia), che consentono la sopravvivenza
dell’animale anche in totale assenza di cibo (p. es. il letargo nell’orso bruno o gli stati di ipotermia controllata di rondone e colibrì).
In ultima analisi, comunque, la qualità del nutrimento per un animale selvatico e la sua potenziale abbondanza dipendono soprattutto dalla fertilità del suolo: suoli ricchi in humus e minerali possono produrre una copertura vegetale che fornisca alimenti di elevata
qualità. Tuttavia, anche suoli troppo ricchi in alcuni nutrienti o in cui siano presenti metalli tossici possono rappresentare dei fattori limitanti per alcune specie e sortire effetti negativi sulla loro abbondanza.
Stagioni anomale dal punto di vista meteorologico e sovrasfruttamento delle risorse sono fra le cause principali nel determinare periodi di carestia o di carenza cronica di cibo. Tali scompensi sono di norma mitigati da fenomeni di controllo densità-dipendenti
delle popolazioni (la mortalità aumenta fino a interessare una frazione consistente della popolazione). In alcuni casi però, i meccanismi di regolazione saltano e il perdurare del sovrasfruttamento può portare alla distruzione della copertura vegetale (per una sola
specie o per un’intera comunità di piante) e alla successiva estinzione (locale o globale) dell’erbivoro: ciò è frequente in seguito all’intervento diretto dell’uomo (p. es. attraverso il pascolo incontrollato del bestiame, che porta al cosiddetto overgrazing) o nei
casi in cui un erbivoro sia introdotto (o si diffonda naturalmente) in un’area prima non occupata. In quest’ultimo caso, infatti, le specie vegetali utilizzate possono non essere adattate al nuovo erbivoro, subendo gli effetti del cosiddetto overbrowsing: la
percentuale di germogli residui sarà troppo bassa per garantire la sopravvivenza della pianta.
Per molti anni si è creduto (e molti credono ancora) che basti fornire cibo in abbondanza agli animali selvatici per poterne ottenere l’aumento in consistenza. Sebbene ciò sia verosimile in alcuni casi, non vi sono sufficienti dati per sostenere scientificamente
questa ipotesi in ogni situazione: ciò è vero in particolare per le pratiche di foraggiamento attraverso la semina e la coltura di apposite piantagioni. In qualsiasi operazione di foraggiamento artificiale di una popolazione selvatica (sia diretto, sia attraverso
piantagioni, tagli che riportino la vegetazione a stadi successionali precoci, aumento artificiale della densità di prede etc.) bisogna comunque tenere in conto le differenze nei regimi di alimentazione presenti fra le varie classi di età e di sesso all’interno della
specie, ma anche le eventuali variazioni stagionali nei regimi stessi. E’ importante inoltre poter prevedere i possibili effetti di queste pratiche gestionali su altre specie, affinché non si provochino forti scompensi ecologici e ambientali. Il periodo in cui il cibo
viene fornito agli animali è un altro fattore chiave nel determinare il risultato di una operazione gestionale di questo tipo: fornire cibo nei periodi di abbondanza (p. es. durante il periodo riproduttivo) produrrà un surplus di animali che probabilmente non potrà
sopravvivere a stagioni di scarsità di cibo. In questo caso, sarebbe probabilmente meglio “aiutare” gli animali nei periodi di maggiore difficoltà (diminuendo così la mortalità), piuttosto che nei periodi più favorevoli (aumentando la natalità). Bisogna poi tenere
presente che anche l’improvvisa sovra-alimentazione, dopo periodi di “ristrettezze”, può portare seri problemi agli animali (p. es. se si fornisce mangime o semi di cereali ai cervi durante un periodo di carestia invernale, questi possono addirittura andare incontro
alla morte poiché incapaci di riadattare in così breve tempo la loro fisiologia). Qualsiasi operazione di foraggiamento artificiale dovrebbe essere scoraggiata il più possibile, eccettuati quei casi in cui si debba favorire la ripresa di popolazioni ben al di sotto
dei valori di densità e consistenza ottimali (p. es. popolazioni derivanti da reintroduzioni o sottoposte per lungo tempo a un prelievo eccessivo). Anche in questo caso, bisognerebbe però valutare quale è la reale capacità portante dell’ambiente (o, più empiricamente,
quale la densità agro-forestale sostenibile per lo stesso): un aumento della consistenza sarà duraturo solo se attuato in ambienti idonei a sostenere determinati valori di densità, in cui siano stati rimossi eventuali altri fattori limitanti (oltre la scarsità di
cibo). Solo operazioni gestionali “permanenti”, come per esempio l’impianto di alberi appartenenti a specie fruttificanti (p. es. querce, faggi) o il riforestamento di vaste aree, possono produrre benefici a lungo termine per la specie gestita. D’altra parte, tali
operazioni sono difficili da condurre, costose, richiedono tempi lunghi perché siano efficaci e, inoltre, possono alterare sensibilmente gli equilibri ecologici presenti.
Le pratiche gestionali orientate verso una specie potrebbero favorire o penalizzare in modo sensibile altre specie, provocandone l’eccessivo aumento o una forte riduzione, e alterando così gli equilibri ecologici prestabiliti. Anche nel caso di operazioni ben
mirate e gestite, comunque, bisognerebbe prevedere i possibili effetti a lungo termine di questo tipo di management: a volte “aiutare” nel breve termine una popolazione in condizioni non idonee potrebbe condannarla, a medio o lungo termine, all’estinzione.
Acqua e suolo sono componenti fondamentali per la costituzione di comunità e biocenosi in qualsiasi ambiente terrestre. Il tipo, la qualità, l’abbondanza e la distribuzione di suolo fertile (la parte più superficiale della litosfera) condizionano fortemente sia
indirettamente (p. es. limitando la varietà di specie vegetali disponibili per l’alimentazione) sia direttamente (p. es. influendo sulla possibilità di scavare una tana) la presenza e l’abbondanza di animali selvatici. La presenza e la qualità delle acque, solitamente
non regolari né nel tempo né nello spazio, determina direttamente le possibilità di sopravvivenza per le specie strettamente legate agli ambienti acquatici (anche se limitatamente a determinati periodi del ciclo biologico, come la riproduzione), ma anche –
indirettamente – per gli erbivori e per i loro predatori.
L’acqua, per le sue proprietà chimiche, fisiche e biologiche, è un elemento fondamentale per la sopravvivenza di ogni organismo vivente, che deve assumerne, direttamente o attraverso la dieta, una quantità sufficiente a mantenere i suoi equilibri osmotici. La
presenza o l’assenza di acqua influisce innanzitutto sulla fisiologia dei singoli individui, determinando comportamenti per la sua ricerca (o evitamento), ma anche comportamenti più complessi (p. es. stimolando la riproduzione). In questo modo, l’acqua può innescare
fenomeni che provocano cambiamenti nello stato dell’intera popolazione. Gli effetti sulla dinamica e sulla struttura di una popolazione possono variare con la quantità delle precipitazioni, sortendo sia conseguenze sull’ambiente (e dunque sullo habitat di un animale)
sia sulla fisiologia stessa dell’animale (attraverso la nutrizione). In molti ambienti caratterizzati da pronunciata stagionalità, per esempio, l’arrivo delle piogge favorisce generalmente la riproduzione di molte specie di erbivori, che trovano abbondante nutrimento
nelle settimane successive all’arrivo delle precipitazioni; in seguito all’aumento delle prede, che tra l’altro sono maggiormente disponibili per i predatori, poiché aumentano gli individui giovani – più vulnerabili – si riscontra poi un corrispondente incremento dei
predatori che, spinti dall’abbondanza di cibo, si riproducono a loro volta. Precipitazioni anomale o di elevata intensità possono sortire effetti opposti, allagando le tane o distruggendo i nidi. Precipitazioni di questo tipo possono produrre effetti positivi nelle
stagioni o negli anni seguenti grazie al ricircolo dei nutrienti sul suolo (reservoir effect): questi effetti svaniscono se i fenomeni anomali sono ripetuti negli anni. Anche le precipitazioni nevose hanno effetti evidenti sulla fauna selvatica: una quantità normale
di neve arricchisce di acqua l’ecosistema, fungendo da riserva per i ruscelli che scendono a valle durante il disgelo e rendendo fertili le pianure alluvionali e le zone riparie; inoltre, la neve, rendendo meno accessibili le risorse per gli animali e più difficoltosi
i movimenti, provoca una selezione a discapito degli individui più deboli, contribuendo così alla stabilità degli equilibri ecologici. Nevicate troppo abbondanti, soprattutto se in zone non interessate normalmente da questo tipo di precipitazioni, possono invece
portare alla morte di numerosi animali. Anche la fauna selvatica può in alcuni casi influire pesantemente sulla distribuzione e qualità dell’acqua e degli habitat a essa legati: pozzanghere isolate in ambienti aridi o semi-aridi possono essere prosciugate dagli
animali che vi bevono o che si immergono per termoregolarsi e fare bagni di fango; fonti d’acqua isolate e stagnanti, inoltre, possono fare da serbatoio per le fasi larvali di alcuni parassiti (anche interni). In alcuni casi, gli effetti che un singolo individuo può
provocare sulle riserve o sui corsi d’acqua sono notevoli e condizionano intere comunità biotiche: è il caso del castoro Castor fiber, con le sue dighe che influiscono in modo determinante sull’ecologia “a valle” del blocco, ma anche dell’alligatore del Mississippi
Alligator mississipiensis, responsabile primario dell’ecologia delle ‘gator holes delle Everglades.
BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:
Bolen E. & Robinson R. 2002. Wildlife Ecology and Management. 5th edition. Prentice Hall.
Bookhout T.A. 1994. Research and Management Techniques for Wildlife and Habitats. 5th edition rev. The Wildlife Society.
Williams B.K., Nichols J.D. & Conroy M.J. 2002. Analysis and Management of Animal Populations. Academic Press.
Morrison M.L., Marcot B.G. & Mannan R.W. 1998. Wildlife-Habitat Relationships. 2nd edition. Wisconsin University Press.
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